La legge del 2000 che istituisce il giorno della memoria prevede che siano organizzate  “cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto”.

La posa delle prime sei pietre di inciampo a Milano -  tre dedicate a deportati razziali e tre dedicati a deportati politici  -  prevista per il 19 gennaio 2017, è una occasione importante perché i ragazzi diventino protagonisti di un percorso di ricerca e di riflessione su quello che è accaduto allora, non come occasionale momento commemorativo, ma come percorso di studio e riflessione che veda i ragazzi coprotagonisti del percorso di progettazione.

 

La Quintino di Vona ha dunque deciso di formare un gruppo di lavoro a cui i ragazzi hanno aderito spontaneamente sapendo che si sarebbe trattato di lavorare in orario extrascolastico. Hanno aderito circa trenta ragazzi di terza media che si sono divisi in tre gruppi: comunicazione, contenuti, territorio ed eventi che si incontrano regolarmente per  gestire questo sito e una pagina facebook, per organizzare eventi sul territorio che diffondano l’informazione sulla posa delle pietre e sul loro significato e  per acquisire quante più informazioni possibili sui deportati.  

   

Lavorare in questo modo vuol dire studiare la storia attraverso le vite dei singoli che si intrecciano con le vicende nazionali. Vuol dire scontrarsi con il fatto che non sempre e non di tutti è possibile ricostruire per intero le vicende e vuol anche dire imparare a raccontare una nuova geografia della città. I deportati hanno vissuto e abitato la città in modi diversi e da qui è importante partire. Dante Coen lavorava con la moglie nel negozio vicino a casa, ogni giorno faceva un percorso breve come molto breve è il percorso che ha fatto da casa sua al quartier generale delle SS, presso l’albergo Regina, in via Silvio Pellico. Alberto Segre usciva di casa per andare a lavorare nel suo ufficio. La figlia, Liliana, da corso Magenta andava a scuola in via Fratelli Ruffini, a pochi passi da casa, ma dopo il 1938 neanche quel breve tratto poteva più essere percorso. Una città che dal 1938 era diventata sempre più inospitale. L’espulsione dalla scuola, la fine di una rete di contatti e di amicizie ed infine il disperato tentativo di fuga in Svizzera con l’arresto in provincia di Varese. E la città questa volta è una città in cui si torna da prigionieri, deferiti dal carcere di Varese a San Vittore e l’ultimo viaggio, tante volte raccontato da Liliana Segre, in una città indifferente e nemica, da via San Vittore a via Ferrante Aporti per salire su quel treno diretto ad Auchwitz.  Percorsi che raccontano una vita quotidiana ordinaria che viene improvvisamente distrutta per il solo fatto di essere ebrei, per essere considerati da arrestare e deportare come tutti gli altri ebrei.

Diversa la Milano che ripercorre le vicende dei deportati per motivi politici, una città che si cercava di modificare, di cambiare, di informare per far sì che l’insoddisfazione sempre più diffusa verso il regime diventasse aperta rivolta. Una città a cui Gianluigi Banfi aveva già dato il suo contributo con il suo lavoro di architetto, costruendo con lo studio dei Bbpr. Quello studio in via dei Chiostri numero 2 che tante volte aveva ospitato durante la guerra incontri segreti del Partito d’Azione che cercava di porre le basi per un’Italia profondamente rinnovata dopo la lunga notte del fascismo.   

Quella città che anche Melchiorre de Giuli, lattaio comunista un tempo squadrista convinto, cercava di cambiare con le armi e con la propaganda.

 

Facendo una nuova mappatura del territorio, ricercando nella Milano di oggi le tracce di quel passato non così lontano, i ragazzi possono farsi protagonisti non di una sterile commemorazione ma di una attiva trasmissione della memoria e di consapevolezza storica.

Il nostro percorso

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